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Il mobbing non esiste!
Note a margine di una polemica di costume

http://www.fimliguria.com/metallo/10.html




È difficile stabilire il momento in cui da quella incombente massa di termini nuovi se ne stacca uno che cessa di essere un’ostilità e diventa normale dotazione del vocabolario personale. Forse non esiste proprio, quel momento.
Sta di fatto che è frequentissimo, ormai, sentire il pescivendolo che dice a sua moglie: “Fammi una “demo” sulle triglie per fare una “info” per il grossista che mi ha chiesto una “memo”…
Naturalmente la lingua regina in questo campo è l’inglese e anche lì abbiamo tutti acquisito moltissimo.
Penso con speciale tenerezza a quando sbirciando gli appunti sindacali di Montaldo o Priano ci trovavo scritto “Nouau” o “Fartain” (evidente il riferimento a riunioni sulle politiche industriali o sull’orario).
Fra i termini a tutt’oggi non del tutto acquisiti (e non credo solo da me) ho notato “Mobbing”. Il saperne poco mi inquieta sempre ma in questo caso è proprio il poco che ne so a spaventarmi. Probabilmente mi lascio suggestionare dalle ombre cinesi o forse è stato un errore cercare sul dizionarietto che mi regalò nel ‘60 un anziano cameriere che navigava per l’Australia col Lloyd Triestino: Mob risulta un sostantivo che significa folla, plebe, canaglia; come verbo fa maltrattare.
Per fortuna ho trovato sulla stampa (Repubblica del 26/05/1999, Esperienza n. 6/99, ecc.) notizie più attuali. Ma affatto tranquillizzanti… Tratterebbesi di un comportamento emarginatorio (pesante o sottile, a seconda delle “scuole”) ai danni di qualcuno da parte del principale o del capo o di qualche gruppetto rampante. Molestie morali, insomma.
Ora io dico una cosa: se è un fenomeno così diffuso ed evidente come dicono avrei dovuto notarlo anch’io nelle vicende e negli ambienti quotidiani del lavoro. Avrei dovuto osservare che il mio capo, che è un dirigente giovane, dinamico, moderno, formato a tener sempre nel massimo conto il sociale, lo psicologico, l’organizzativo, pacifista tanto convinto quanto discreto (tant’è vero che ai sit-in alla mostra navale non l’ho mai notato) si lascia andare a preferenze e a grossolanità stilistiche.
Dovrei anche notare che il suo luogotenente (ogni capo ce l’ha, com’è naturale), uomo proveniente dalla gavetta, grande conoscitore della “truppa” per averne fatto parte e per la cui dignità ed emancipazione non ha ancora finito di spendersi, si crogiola nel piacere per il raggiungimento dei “gradi” e di colpo gli vengono meno gli slanci solidaristici.
Analogo il discorso per il cad manager, per il normalizzatore leader, per il progettista senior e per tutti gli altri dello staff locomotiva.
Il “mobbing” è proprio il contrario di queste personalità; è disconoscere il valore dell’altro, è approffittare delle novità normative e metodologiche per metterlo in difficoltà, è ignorarne la presenza, è non provvedere ai suoi bisogni logistici, elementari, è ridurre i posti a tavola, è abdicare al ruolo di garanti dello standard di civiltà dell’ambiente, è asseragliarsi nella torre d’avorio di qualche gergo, è credere alla rottamazione umana.
Oltrettutto si presterebbero, essi, ad anteporre meschini interessi personali o di clan dominante all’interesse dell’azienda che consiste, soprattutto, nel valorizzare al massimo del possibile ogni risorsa, a cominciare da quelle umane?
La mia personale conclusione su questa faccenda è semplice e secca: il “mobbing” non esiste. È soltanto un’invenzione di giornalisti alla ricerca di argomenti nuovi per muovere le acque della polemica di costume e di psico/sociologi bramosi di spazio nei convegni su tanti altri (veri) problemi del lavoro. O, più banalmente, di quei Cipputi, Fantozzi e Bean sempre in cerca di un motivo per piagnucolare.
Mi si potrebbe dire, poi, che in America la cosa ha una sua forte appariscenza…
Beh, d’accordo: là sono in tutto più avanti…

Eugenio Bracco

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